Della perdita e raccolta del dato per umana distrazione o per induzione tecnologica, e di come la reale protezione è la prevenzione (non solo per i propri dati).

Da qualche mese sempre più persone si fanno domande su come utilizzare e progettare architetture per raccogliere dati da quelle COSE che sempre più popolano fabbriche, negozi, campi, piazze e uffici e che trasmettono e narrano storie di macchine inanimate che dovrebbero aiutare macchine animate, persone, a decidere per altre persone.

E nel mentre che le persone si fanno domande, abbiamo nelle nostre tasche giocattoli digitali che narrano di noi al mondo.

Ed ecco che leggendo i risultati dell’analisi internazionale del “Privacy Sweep 2016” “ scopri ad esempio che per quanto riguarda COSE che parlano “Su oltre trecento dispositivi elettronici connessi a Internet — come orologi e braccialetti intelligenti, contatori elettronici e termostati di ultima generazione — più del 60% non ha superato l’esame dei Garanti della privacy di 26 Paesi.”

https://www.dataprotection.ie/docs/23-9-2016-International-Privacy-Sweep-2016/1597.htm

Diamo quindi sempre più informazioni su di noi in maniera inconsapevole, ma ulteriore punto interessante è “ma i raccoglitori automatici di informazioni hanno consapevolezza d’uso dei nostri dati ?”.

Certo sapere che io sono spesso ad un determinato indirizzo forse può interessare a qualcuno, ma il grande raccoglitore di dati che è Google cosa se ne fa ? Mi controlla ? Manipola le mie scelte ?

Al massimo mi propone, quando ad esempio imposto Google Maps, se voglio andare in uno dei solito luoghi, se parto da li o altro. Mi controlla o che altro ? Mi dice che un’amico è stato lì, mi offre dei servizi e altro ancora….

“Information is not knowledge. Knowledge is not wisdom.
Wisdom is not truth.Truth is not beauty.
Beauty is not love. Love is not music.
Music is THE BEST.” Frank Zappa, Packard Goose

Vero è che i “raccoglitori automatici di dati”, e algoritmi o procedure che decidono per noi, tratteggiano sempre più come oramai concrete alcune componenti delle visioni di Orwell, Huxley, Freire, Postman e Ellul, solo per citarne alcuni.

E se in più aggiungiamo quanto WikiLeaks ha fatto emergere, ci dobbiamo svegliare ed essere consapevoli che siamo tutti apprendisti in questo mondo digitale, perchè oggi dobbiamo imparare a vivere e capire se le tracce che lasciamo ci aiutano a tornare a casa, oppure aiutano altri ad entrare a casa nostra e padroneggiare.

Tanto più che chi si affida a calcoli di macchine per conoscere il futuro, scopre che quando arriva il presente lo scenario è ben diverso da ciò che aveva immaginato macinando milioni di dati e tracce lasciate da tutti noi in giro per la Rete, e le ultime elezioni americane sono l’ultima dimostrazione di ciò.

Che fare ? Indubbiamente dobbiamo investire sempre più in umana e sociale consapevolezza, da cui si genera prevenzione, ed educazione sulle identità digitali, e diminuire gli investimenti in sovrastrutture di protezione inutili, che sopratutto diventano di controllo e che richiamano motti quale “taci il nemico ti ascolta !” se non vi è consapevolezza sociale.

Quindi la prevenzione può ad esempio iniziare, (1) dalla conquista della nostra consapevolezza quotidiana, (2) dall’educazione sulle #meravigliedigitali e sul loro impatto sociale e umano, e (3) dall’utilizzo di strumenti quali ad esempio quelli indicati da The Guardian Project.

E se raccogliamo dati da macchine per capire come funzionano, e migliorarle, usiamo il nostro senso di responsabilità ed evitiamo di spostare l’obiettivo sulle persone perchè dopotutto siamo ancora umani, o no ?

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