Lascereste i vostri oggetti di valore incustoditi, alla mercé di tutti, abbandonati in strada o in vari luoghi dai più frequentati? Certo che no, però i nostri dati, le nostre informazioni e nostri contenuti con cui altri creano valore, quelli sì che li lasciamo incustoditi ed usabili da terzi.
Noi oggi diamo sempre più in maniera inconsapevole il nostro contributo produttivo a chi ci propone prodotti e servizi digitali, a chi ci vende oggetti che indosseremo, elettrodomestici e gadget digitali che popolano le nostre case, dispostivi medici che ci assicurano future cure su misura, auto che guideremo, smartphone e molto altro ancora. Quotidianamente siamo defraudati del valore che produciamo e che terzi usano per arricchirsi. Nei mercati attuali ed emergenti, noi assumiamo il ruolo di clienti-produttori-imprenditori, una nuova specie di cliente il cui embrione apparve il secolo scorso con il nome di prosumer. Esempi, come vedremo prossimamente, ce ne sono molti. Per iniziare, uno per tutti, è il fatto che si è passati dal divertimento a pagamento, dove le persone sono consapevoli di arricchire un’industria del divertimento che è misurata sulla sua capacità di attrarre e mantenere il cliente, al divertimento gratuito che in realtà paghiamo con il nostro lavoro e la nostra partecipazione. Divertimento gratuito sono i social network, perchè gratuitamente ci si registra e si accede e si passa del tempo distraendosi, conversando, condividendo dati, informazioni e contenuti che rappresentano la merce di scambio per il nostro divertimento gratuito, diventando noi il prodotto che viene venduto. Nei social network siamo diventati i produttori della ricchezza altrui, oltre che consumatori di quanto prodotto da chi come noi alimenta la piattaforma, un circolo ove solo uno vince e guadagna: il banco. Perché la capitalizzazione delle piattaforme cresce a dismisura, ma le nostre tasche rimangono vuote quando usciamo dalla loro sala dei divertimenti. Certo è vero che nulla avevamo e nulla abbiamo perso, anzi ci siamo distratti dalla routine quotidiana, ci siamo divertiti, però qualcuno concretamente guadagna e quindi il modello economico è a senso unico. Questa dilagante metamorfosi della persona come cliente, produttore e dipendente occulto delle aziende è un fenomeno socioeconomico tipico della nostra epopea digitale che è sotto osservazione e analisi da parte di studiosi e studenti. Su questo tema esistono molti saggi, ci lavorano ricercatori universitari che si interessano di diritti civili, GIG economy, censura, propaganda, privacy, fake news, sono attivi movimenti d’opinione che sempre più evidenziano problematiche le sociali ed economiche connesse ai fenomeni dell’economia digitale e all’accumulo sconsiderato di capitali e potere solo per élite economiche composte da ristretti circoli di persone. Quindi lasciamo le ricerca e gli studi a chi già sta compiendo ottimi lavori. Il suggerimento, prima di continuare, è quello di iniziare a prestare attenzione a quanto disperdiamo, e perciò adottiamo una concreta consapevolezza su ciò che accade grazie a noi e al nostro ingresso in queste sale da divertimenti, moderne versioni del paese dei balocchi di Pinocchio.

Che fare?

Partiamo dall’azione più semplice: per il divertimento gratuito e i social network la ricetta è semplice, basta cancellarsi e uscirne, perché si è inermi anche se ne facciamo un uso responsabile, cosciente e critico in quanto in ogni momento “il banco”, la piattaforma, può cambiare le sue regole e in ogni caso si rischia di stare in una stanza con poca luce perchè sennò si viene abbagliati. E anziché avere decine, centinaia di amici e seguaci, followers in italiano, torniamo a frequentare spazi fisici ricchi culturalmente, incontriamoci, condividiamo e conversiamo ricordandoci che siamo umani. Assumiamo le nostre responsabilità individuali in questi nostri giorni digitali, ove diritti, doveri e privacy sono elementi liquidi e torbidi in quanto occultati e nascosti dietro consensi, abitudini, divertimento e meraviglie digitali che ci abbagliano. Iniziamo a valutare, dare spazio e acquisire prodotti e servizi di aziende che riconoscono il valore dei dati e del lavoro “occulto” del cliente, ma anche l’etica delle imprese al di là delle loro dichiarate responsabilità sociali. Evitiamo di lasciare scatole di biscotti aperte, e impariamo a utilizzare strumenti che ci tutelano dall’uso e dall’abuso dei nostri dati, e ci salvaguardino dall’incontinenza digitale dei dati. Perché se riconosciamo il valore dei suoi dati e del suo lavoro al cliente, ciò apporterà guadagni anche alle aziende grazie ad una fidelizzazione reciproca e consapevole, peraltro già presente negli ecosistemi aperti del commercio solidale, dell’agricoltura biologica e biodinamica, dell’associazionismo e delle cooperative sociali. Ecosistemi dove consapevolezza e responsabilità individuale sono tra i principi fondanti e condivisi con tutti coloro che hanno un ruolo attivo nella produzione del valore. Perciò, anziché avere in tasca, o sullo smartphone, la carta fedeltà di un negozio, catena o marca, diamo inizio al sollecitare le aziende a creare una carta fedeltà che premia e valorizza quanto diamo gratuitamente a loro. Investire su un cliente soddisfatto significa per i manager d’impresa passare da una visione one size fit all, una misura unica, alla capacità di differenziare di fare open innovation, ricordando le parole di Henry Chesbrough “Open Innovation non è ipso facto una ricetta per l’outsourcing di ricerca e sviluppo”, cosa che invece accade sempre più. Valorizziamo al cliente l’uso delle sue idee, dei suoi dati. È l’imperativo urgente da cui partire per attuare la dimensione olistica imprenditoriale della customer satisfaction. Azione obbligata in quest’epoca di miniere di dati a cielo aperto e incustodite, di open innovation e di bugiardini della privacy che connotano la data economy. (continua)